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Palermo, se il disegno di una bambina può svelare l’omicidio del padre

Scritto da on giu 20th, 2009 archiviato in Cronaca, Regionale, Sicilia. Puoi seguire questo articolo con gli RSS 2.0. Puoi lasciare un commento a questo articolo compilando il form in fondo allo stesso

Il questore di Palermo, Alessandro Marangoni, commentando l’operazione della Sezione criminalita’ organizzata della Squadra mobile, che ha fatto luce dopo nove anni di indagini sull’assassinio di Tocco, sparito nel nulla il 26 ottobre del 2000 da Terrasini, nel palermitano: “L’omicidio di Giampiero Tocco da parte dei Lo Piccolo e’ stato un classico omicidio di mafia. Indagine interna da parte del Gotha di Cosa Nostra, decisione di procedere al sequestro, interrogatorio, omicidio e successivo scioglimento del cadavere nell’acido ricordano, infatti, le classiche tecniche mafiose”. GiampieroTocco, commerciante, ritenuto colui che aveva teso il tranello a Peppone Di Maggio, venne rapito da alcuni uomini travestiti da appartenenti alle forze dell’ordine all’ingresso della strada che portava alla sua abitazione. I collaboratori hanno dichiarato che alle fasi del rapimento ha partecipato anche Salvatore Lo Piccolo, armato di un mitra, a bordo di un’autovettura guidata da Damiano Mazzola. Tocco venne portato a Torretta, dove venne ‘interrogato’ e successivamente strangolato. Il cadavere  trasportato in contrada “Dominici”, dopo essere stato spogliato dei vestiti venne fatto bollire nell’acido. Gli assassini nell’attesa che il corpo si sciogliesse mangiarono tranquillamente, rimanendo fino a notte inoltrata e completarono l’opera bruciando le auto usate per il delitto. Un contributo determinante alla risoluzione del caso, e’ stato dato anche dal disegno fatto dalla figlia di Tocco. La bimba, che all’epoca aveva 7 anni, e’ stata testimone oculare del sequestro. La piccola, infatti, si trovava in macchina con il padre, quando i sicari lo hanno prelevato dall’auto,  Tre ordini di custodia cautelare, sono stati notificati ai boss Sandro e Salvatore Lo Piccolo e Damiano Mazzola, per sequestro di persona ed omicidio. I provvedimenti, emessi dal gip su richiesta della locale Dda, derivano da una complessa attivita’ investigativa

PALERMO, LA POLIZIA, HA FATTO PIENA LUCE SU UN OMICIDIO DI MAFIA, COMMESSO NOVE ANNI FA A TERRASINI, NEL PALERMITANO LA VITTIMA ERA GIAMPIERO TOCCO, SCOMPARSO MISTERIOSAMENTE, SOTTO GLI OCCHI DELLA FIGLIA DI SETTE ANNI. IL 18 OTTOBRE DEL 2000, UCCISO IL 26 OTTOBRE 2000. 

palermoIl disegno, in cui si vede un’auto della Polizia con tanto di paletta, e’ rimasto segreto, ma i collaboratori di giustizia Gaspare Pulizzi, capomafia della famiglia di Carini, arrestato il  5 novembre del 2007, a Giardinello di Palermo, assieme al Capo dei Capi di Cosa Nostra Salvatore Lo Piccolo e suo figlio Sandro,( terzo boss del gruppo Lo Piccolo a collaborare con la giustizia, dopo Francesco Franzese e Antonino Nuccio)  e Francesco Briguglio, arrestato il 2 agosto 2008, nell’àmbito dell’operazione “Addio Pizzo”, hanno fornito elementi di prova e una ricostruzione dei fatti perfettamente coincidente con quanto disegnato dalla piccola.  L’omicidio di Tocco, fu una risposta alla scomparsa per lupara bianca di Giuseppe Di Maggio, figlio del mammasantissima Procopio Di Maggio. Giuseppe Di Maggio, lo avevano chiuso in un sacco di plastica e gettato a mare con una zavorra, perché restasse per sempre nei fondali. Qualcosa però non ha funzionato. Forse i gas sprigionati dalla decomposizione del cadavere hanno gonfiato il sacco come fosse una camera d’ aria riportandolo a galla.  La scomparsa di Giuseppe Di Maggio era stata denunciata dai familiari ai carabinieri, il 15 settembre 2000. Gli investigatori avevano avviato le ricerche, rintracciando il suo ciclomotore in una strada di campagna alla periferia del paese Oggi, a 80 anni suonati, il vecchio Procopio Di Maggio, che aveva abbandonato Don Tano Badalamenti, per schierarsi con Totò Riina ed i Corleonesi è un boss libero, con il solo obbligo di informare i carabinieri, quando si allontana dal paese. In base alle dichiarazioni di Tommaso Buscetta era stata ricostruita la composizione della mafia di Cinisi. Gaetano Badalamenti sarebbe stato il capo fino ai primi mesi del 1978, dopo sarebbe stato sostituito da un reggente, Nino Badalamenti. Tra i membri più noti, Procopio Di Maggio, Giovambattista Di Trapani, Emanuele e Natale Badalamenti. I sopravvissuti Di Maggio e Di Trapani sarebbero passati con i “corleonesi”.
Domenico Salvatore 

PALERMO – Questa storia di mafia, apparentemente parte dal 2000. Ma non è così. Come tute le storie di mafia, presenta annessi e connessi, antefatti ed anteprime, legami, legacci e legamenti, intrecci ed incroci. Comprese le faide Badalamenti-Manzella, Badalamenti-DiMaggio, Badalamenti-Greco Cercheremo di capire e di far luce sull’intricata vicenda; per fornire ai nostri lettori sovrani, un quadro sufficientemente chiaro. Si parte con la confessione di due collaboranti, che svelano agli inquirenti, coordinati dalla magistratura, alcuni retroscena determinanti per l’acquisizione dei fatti. Tra cui, un delitto avvenuto una decina di anni fa. Ma rimasto nel mistero di chi voleva sapere notizie disperatamente:familiari, parenti, amici e conoscenti, ma soprattutto la magistratura che coordinava le indagini di Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza. Mandanti ed esecutori materiali,  appartenenti a Cosa Nostra però, sapevano tutto perfettamente. Naturalmente erano a conoscenza di ogni particolare.Tra questi, i collaboratori di giustizia che hanno fatto la “cantatina”. I pentiti, hanno rivelato i particolari dell’omicidio di Giampiero Tocco. L’uomo era scomparso il 18 ottobre del 2000, ma sarebbe stato ucciso il 26 ottobre del 2000. Al sequestro di persona assistette la figlia  Una bimba, che all’epoca aveva 7 anni. Una testimone oculare del sequestro. La piccola, infatti, si trovava in macchina con il padre quando i killer lo prelevarono dall’auto, fingendosi appartenenti alle forze dell’ordine. Lo fecero  salire su un’altra vettura e lo condussero in un’abitazione di Torretta. Nel gergo della mafia si chiama “lupara bianca”. 

I particolari in cronaca, arrivano, dopo nove anni dal fatto. Grazie alla collaborazione di due pentiti. Benchè i collaboratori di giustizia Gaspare Pulizzi,  boss di Carini e Francesco Briguglio soprannominato “Trentagrammi”, altrimenti detto”Trentino”, sposato con un figlio, piccolo imprenditore edile di Cinisi, grosso centro del palermitano, abbiano fornito elementi di prova e una ricostruzione dei fatti, perfettamente coincidente con quanto disegnato dalla piccola. A decidere il rapimento di Giampiero Tocco, secondo  i collaboratori di giustizia, sarebbe stato proprio Salvatore Lo Piccolo, “delfino” del Capo dei Capi di Cosa Nostra, Bernardo Provenzano, ‘U zu’ Binu” alla macchia da quasi mezzo secolo, catturato alla Montagna Longa di Corleone, l’11 aprile del 2006, dal Capo della Squadra Mobile di Palermo, Giuseppe Gualtieri, poi diventato questore di Trapani. Lo acchiappano a due chilometri da Corleone, a un tiro di schioppo da casa, dalla sua famiglia. Una latitanza, come quella di Bernardo Provenzano, per durare nel tempo ha bisogno,  di un ambiente sociale colluso e di istituzioni complici o colpevolmente pigre o politicamente distratte.  Una società tollerante con gli assassini ed i governi “deboli” o incapaci. Binnu era contrario, svela il mammasantissima Antonino Giuffré, anch’esso collaboratore di giustizia. Quegli anni di stragi (Capaci, via D’Amelio e l’anno dopo, il 1993, Roma, Firenze, Milano) Provenzano non le ha mai approvate. Ma torniamo sull’omicidio Tocco. Bisognava dare una risposta immediata all’omicidio di Giuseppe Di Maggio, figlio del  padrino di Cinisi. Il suo cadavere venne ritrovato in mare. Giuseppe Di Maggio era figlio del boss di Cinisi Procopio Di Maggio, attualmente libero. Il rapimento di Tocco fu organizzato nei minimi particolari. Briguglio e Pulizzi per ore, giorni e settimane studiarono gli spostamenti della vittima.

Dopo l’interrogatorio Giampiero Tocco, venne condotto personalmente davanti al boss Salvatore Lo Piccolo. Dopo il processo sommario venne strangolato da Sandro Lo Piccolo e successivamente venne portato in un terreno in contrada Dominici a Carini, per essere sciolto nell’acido.  Ma chi erano i Di Maggio, dove operavano, che ruolo avevano dentro Cosa Nostra? Di primissimo piano. Operavano a Cinisi. Sembra, stando a quanto dettato a verbale dai pentiti, che il boss Procopio Di Maggio, avesse conquistato addirittura un posto nella Commissione Provinciale di Palermo, dopo lo “strappo” da don Tano Badalamenti. Ma come sono arrivati al potere i Di Maggio? Bisogna partire sempre da Cinisi, provincia di Palermo. E Cinisi che cosa ci ricorda? Il regno di Gaetano Badalamenti inteso “Don Tano”; un boss dei due mondi, impegnato nelle faide interne e poi nella più grande guerra di mafia. Secondo i pentiti il capomafia di Cinisi Don Tano, il più giovane in una famiglia di 5 maschi e 4 femmine. (Cinisi, 14 settembre 1923 – Ayer (USA), 29 aprile 2004)  per un breve periodo, nel 1970, ricoprì addirittura la carica di Capo dei Capi di Cosa Nostra . Era cognato di Filippo Rimi (figlio del mammasantissima “Don Vincenzo”, classe 1902), capomafia di Alcamo in quanto sposarono due sorelle. A Cinisi dominava la scena in era fascita, don Tomasi Impastato, confinato ad Ustica, diventato capomafia dopo la caduta del regime. Don Tano arrivò al potere, dopo aver eliminato il boss Cesare Manzella. Per inquadrare bene la storia, bisogna aprire una piccola parentesi sui “padrini” di Cinisi: Cesare Manzella, Don Tano Badalamenti e Procopio Di Maggio. Tre galletti in un pollaio. Ma chi era anzitutto Cesare Manzella ( Cinisi, 18 dicembre 1897 – Cinisi, 26 aprile 1963)? Nel primo dopoguerra, Manzella, divenne il boss di Cinisi. Emigrò negli Stati Uniti, come tanti altri. Si arricchì e tornò a Cinisi. “L’americano” , cappello a larghe tese e modi aperti, che secondo i Carabinieri era un tipo astuto e prepotente, elargì parecchi denari illeciti ai poveri, alle vedove e fece costruire anche un orfanotrofio. Guadagnandosi così la fama di benefattore; presidente addirittura dell’ Azione Cattolica di Cinisi. Coinvolto nel contrabbando di sigarette e nel traffico di eroina, diventa potente non solo a Cinisi, territorio controllato che comprendeva lo scalo aereo di Punta Raisi, nodo cruciale per gli arrivi di mafiosi o di droga e per le partenze di uomini o di droga verso,  e da ogni parte d’Italia, e del mondo, ma anche nelle vicine comunità locali di Carini, Torretta, Terrasini, Partinico, Borgetto e Camporeale. Tanto da conquistare un posto autorevole nella prima Commissione mafiosa siciliana formatasi nel 1958. Manzella fu sicuramente uno dei protagonisti della prima guerra di mafia scoppiata a causa del sabotaggio di un grosso carico di eroina finanziato da Manzella, da Salvatore Greco da Ciaculli e da Angelo La Barbera della cosca di Palermo e qualche altro…”latifondista”.

Il sospetto che qualcheduno avesse lucrato con la cresta, cadde su Calcedonio Di Pisa, il quale aveva procurato il carico di eroina per Manzella dal suo trafficante corso Pascal Molinelli, ed aveva poi organizzato le operazioni di trasporto verso i partner di Manzella a New York. La grana su come gestirlo, scoppiò fragorosamente, in seno alla Commissione. Il 26 dicembre 1962 Calcedonio Di Pisa è ucciso a Palermo in Piazza Principe di Camporeale.  Ed ecco allora la prima guerra di mafia di Cosa Nostra, scoppiata fra il clan di Salvatore Greco e la famiglie di Angelo La Barbera (Palermo, 3 luglio 1924 – Perugia, luglio 1975) e Salvatore La Barbera (Palermo, 20 aprile 1922 – 17 gennaio 1963). Salvatore insieme al fratello Angelo La Barbera ha comandato la famiglia mafiosa di Palermo Centro. Salvatore La Barbera, ha preso parte alla prima Commissione della mafia siciliana (la Cupola mafiosa, diretta anche da un triumvirato come Gaetano Badalamenti-Salvatore Inzerillo-Stefano Bontade o da una sola persona coma Totò Riina), istituita nel 1957 o 1958, in qualità di Capo-mandamento delle famiglie di Borgo Vecchio, Porta Nuova e Palermo Centro. Fu proprio Salvatore La Barbera  ad introdurre mediante i buoni uffici di Vito Ciancimino, la famiglia dei Corleonesi. Salvatore La Barbera (sembra che) è stato fatto scomparire dalla famiglia mafiosa dei Greco: scompare il 17 gennaio 1963 in circostanze misteriose e non fa più rientro a casa;    durante la Prima guerra di mafia, vittima della lupara bianca.  Corre voce, che sia stato strangolato con la garrota ad opera del boss Michele Cavataio, meglio noto come il cobra, (1928 ? – Palermo, 10 dicembre 1969). Michele Cavataio era un  boss mafioso a capo del mandamento di Acquasanta a Palermo. Venne assassinato il 10 dicembre 1969 a Palermo negli uffici del costruttore Girolamo Moncada, da un commando formato da diverse persone travestite da finanzieri, armate di mitra e pistole. A coordinare l’operazione omicida vi era Totò Riina, ma ad aprire il fuoco furono Bernardo Provenzano e Calogero Bagarella accompagnati da altri killer mafiosi. Cavataio rimase ucciso (ad ucciderlo sembra sia stato lo stesso Bernardo Provenzano) insieme a tre altri uomini: Francesco Tumminello, Salvatore Bevilacqua e Giovanni Domè. Rimasero feriti anche il titolare Filippo Moncada e suo figlio Angelo. Nello scontro a fuoco, però, rimase ucciso anche lo stesso Calogero Bagarella. L’avvenimento è passato alla storia come la Strage di Viale Lazio. Finisce qui, la prima guerra di mafia. Si diceva del famoso carico di droga, causa dello scoppio della prima guerra di mafia. Il caso venne portato dinanzi alla Commissione Mafiosa. Se ne parlò per ore e giorni, ma sorsero disaccordi su come gestirlo. Da qui lo scontro cruento che passò alla storia, come, la prima guerra di mafia fra la cosca dei Greco, guidata da Salvatore Greco, e il clan La Barbera. Finita come detto, il 10 dicembre 1969. Occupiamoci ora brevemente del mammasantissima Salvatore Greco, detto “Ciaschitteddu” (Palermo, 13 gennaio 1923 – Caracas, 7 marzo 1978),  boss della famiglia mafiosa di Ciaculli. Il suo soprannome “Ciaschitteddu”in siciliano” significa piccolo fiasco”. Per la cronaca e per la storia, Salvatore Greco, inteso ‘U Ciaschitteddhu”, fu il primo Capo dei Capi di Cosa Nostra. Superstite sopravvissuto ad un terribile scontro con un altro temibile clan di mafia. Subito dopo la Seconda Guerra Mondiale, nel 1946, scoppiò la solita immancabile faida con i cugini Greco di Croce Verde Giardini capeggiati da un altro (omonimo) Salvatore Greco, inteso l’ingegnere od anche “Totò ‘U Longu. La successiva pace, fu sancita da un accordo sommario fra i due Greco, che soddisfava entrambe le diverse ed opposte esigenze. Greco, che si arricchirono col traffico di sigarette e di droga. Questo breve excursus per capire meglio il contesto in cui si svolsero i fatti. Ora possiamo tornare alla faida fra i Badalamenti ed i Manzella. Il mammasantissima Cesare Manzella scelse di affiancare i Greco, uno “strappo” insopportabile, e divenne l’obiettivo principale della cosca rivale. Venne ucciso  alle 7,40 del 26 aprile 1963, quando un’ Alfa Romeo Giulietta, venne fatta esplodere con un ordigno, in contrada Monachelli, in cui fu dilaniato anche il fattore Filippo Vitale. A lui succedette come capoclan della Mafia di Cinisi Gaetano Badalamenti.

A titolo di cronaca, Cesare Manzella era imparentato con Giuseppe Impastato, l’attivista Anti-mafia assassinato dalla Mafia il 9 maggio 1978. L’attività di Peppino Impastato contro la Mafia sembra essere stata ispirata dal brutale omicidio di Manzella, quando il giovane Peppino aveva solo 15 anni d’età. Peppino venne fortemente traumatizzato da quella esecuzione all’interno della sua famiglia. “E questa è la Mafia? Se questa è la Mafia allora io la combatterò per il resto della mia vita….”Scomparso per meglio dire eliminato Cesare Manzella, dentro il pollaio rimasero due galletti: Procopio Di Maggio e Gaetano Badalamenti, inteso Don Tano.Uno dei due era di troppo. Perciò scoppiò una delle tante faide che caratterizzano la vita interna delle mafie di ogni ordine e grado e latitudine. Una serie infinita di attentati, sparatine, ammazzatine, più o meno clamorosi e plateali; di giorno e di notte, di festa e di feriale, al chiuso od all’aperto. Con mitragliette, pistole, revolver, lupare, bombe e bombette. Non vengono risparmiati nemmeno donne, bambini e vecchi. Il primo a cadere è un altro figlio del patriarca Procopio Di Maggio, inteso “Cartuccia”. che alla soglia dei novant’anni, ancora passeggia tranquillamente in paese, in regime di libertà vigilata Nel maggio del Tocco, era ritenuto colui che aveva teso il tranello a Peppone Di Maggio, fatto sparire nel 2000 e ritrovato cadavere in mare, al largo di Cefalù. Perciò come detto, Giampiero Tocco, venne rapito da alcuni uomini travestiti da appartenenti alle forze dell’ordine all’ingresso della strada che portava alla sua abitazione. I collaboratori hanno dichiarato che alle fasi del rapimento abbia partecipato anche Salvatore Lo Piccolo, armato di un mitra, a bordo di un’autovettura guidata da Damiano Mazzola. Tocco venne portato a Torretta, dove  fu ‘interrogato’ e dopo un sommario processo successivamente venne strangolato.Il cadavere  trasportato in contrada “Dominici”, dopo essere stato spogliato dei vestiti venne fatto bollire nell’acido. I pentiti hanno vuotato il sacco. Gli assassini nell’attesa che il corpo si sciogliesse mangiarono tranquillamente, rimanendo fino a notte inoltrata e completarono l’opera bruciando le auto usate per il delitto.Su questi particolari, il collaborante sta rispondendo alle domande dei pm Gaetano Paci e Francesco Del Bene. I suoi verbali sono stati depositati  da Paci e dalla collega Laura Vaccaro, davanti al Gup Lorenzo Matassa, nel processo, in corso col rito abbreviato, che vede imputato proprio Di Maggio. Il neopentito legge, Franco Briguglio di  52 anni, finito in carcere il 31 luglio 2008 , nell’ambito del blitz dell’operazione “Addio Pizzo”. analizza i pizzini, li decifra e sa di cosa parla: «Fino all’inizio del 2004, ho gestito la cassa, su indicazione di Salvatore Lo Piccolo. E con me operavano Gaspare Di Maggio,  ( arrestato dalla polizia, dentro un bar, il 30 novembre 2007, con una calibro 22 alla cintola e accusato di essere l’attuale reggente della famiglia di Cinisi) Damiano Mazzola   e Vito Palazzolo inteso “Varvazzeddha”.

La magistratura palermitana, non ha nascosto la sua soddisfazione:” Con quest’operazione  ha  dichiarato il procuratore aggiunto Antonio Ingroia, che ha coordinato le indagini, e’ stato inferto un altro duro colpo all’impunita’ del clan di Salvatore e Sandro Lo Piccolo, fino a qualche tempo fa leader indiscussi di Cosa Nostra e pronti alla scalata dei vertici della mafia. L’omicidio sui cui si e’ fatta luce si inquadra in un momento in cui il gruppo Lo Piccolo costruiva un nuovo assetto di potere nel dopo Provenzano. I successivi colpi inferti alla mafia hanno consentito di fermare questa scalata e di decapitare i vertici e portare all’attuale situazione di polverizzazione delle gerarchie di Cosa nostra”. Nella faida interna a Cosa Nostra tra i Di Maggio ed i Badalamenti, come si diceva c’è stata una catena di episodi sanguinosi. Nel maggio del 1981 muore Francesco Di Maggio, figlio di Procopio Di Maggio, in uno strano incidente. Si fracassa con la sua BMW contro un muro, in un rettilineo. Corre voce che corteggiasse la figlia di Sarino Badalamenti.. Il 19 agosto, Nino Badalamenti, cugino di Don Tano. Il 18 settembre fallisce un attentato contro Procopio Di Maggio che rimane ferito assieme ad altri. Il 23 settembre cade Luigi Impastato, figlio di Giacomo inteso ‘U Sinnacheddu”. Il 3 ottobre cade Calogero Misuraca sotto gli occhi della moglie. Il 13 ottobre è ucciso a luparate Andrea ventimiglia. Il 20 dicembre, cade Giuseppe Finazzo, inteso ‘U Parrineddu. Il 15 gennaio 1982, cade Giacomo Impastato, inteso Jack, ucciso a colpi di p 38 alla testa; sposato con la figlia di Vito Badalamenti, fratello di Don Tano. L’8 febbraio cade Paolo Mazzola, imprenditore di Partitico. Il 4 dicembre cade Leonardo Galante, cognato di Don Tano. Il 19 ottobre, cade Salvatore Badalamenti, figlio di Nino. Il 2 giugno 1983 cade Silvio Badalamenti, nipote di Don Tano. Il 23 novembre cade Giacomo Palazzolo, detto Bernardino, figlio di Antonino (ammazzato assieme a Giuseppe Mazzola il 27 settembre 1961. Il 4 dicembre cadono sotto i colpi della lupara, Pasquale Cottone dentro il suo super-market e Saverio Monacò, pastore a Bosco Tagliato; Il 30 docembre 1983 viene trovata una 127 bruciata e dentro il corpo carbonizzato di Salvatore Amorello; doveva prendere in gestione il distributore dei Di Maggio. Il 20 febbraio 1984, cade dotto i colpi di due revolver Girolamo Di Maggio, meccanico, omonimo ed amico dei Di Maggio. Nello stesso giorno cade a Solingen in Germania, Agostino Badalamenti, figlio di Natale. Il 30 aprile cadono, sotto i colpi delle rivoltelle, a Palermo, contrada Cardillo, Ignazio e Michele Biondo, padre e figlio. Il 15 maggio 1985, cadono sotto i colpi della lupara, a  Fondo Cavoli fra Cinisi e Terrasini, i fratelli, Filippo e Salvatore Vitale, allevatori. Il 28 settembre 1988, cadono:Giuseppe Agrusa 58 anni e Giuseppe Leone, 63, fedelissimi di Don Tano. In poche ore cadono: Andrea Saetta, magistrato; Mauro Ristagno; Giovanni Boutade e la moglie Francesca Citardi, Giuseppe Lombardo, cognato di Totuccio Contorno e Francesco Fricano. Il 21 marzo 1989 cade Natale Biondo, fratello di Ignazio e Michele, eliminati a Cardillo. Il 9 settembre 1993, cade, sotto gli occhi della moglie, a Cinisi, Gaetano Palazzolo, imprenditore, cugino di Giacomo, detto “Bernardinu”. Il 22 febbraio 1995, cade Francesco Brugnano di Partitico. Il 4 marzo, il suicidio del maresciallo Antonino Lombardo, con un colpo di pistola in testa. Domenico Salvatore

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