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Reggio Calabria, il sequestro di 50 milioni di euri da parte della DIA, Pasquale Inzitari messo in ginocchio

Scritto da on set 11th, 2009 archiviato in Calabria, Cronaca, Reggio Calabria, Regionale, Rizziconi. Puoi seguire questo articolo con gli RSS 2.0. Puoi lasciare un commento a questo articolo compilando il form in fondo allo stesso

Reggio Calabria sequestrati beni a Inzitari

RIZZICONI (Reggio Calabria)-Il quadro indiziario mette in evidenza la figura di un imprenditore non solo colluso con la criminalità organizzata ma addirittura legato alla stessa da accordi di reciproco vantaggio, Pasquale Inzitari, cognato dell’imprenditore Nino Princi ( di cui ha spostato la sorella, Maria Princi), morto nel maggio dello scorso anno, dopo alcuni giorni di agonia, in seguito all’esplosione di una bomba, sotto la sua auto, si trova attualmente ai domiciliari, dopo essere stato arrestato nel maggio dello scorso anno, quando era un esponente politico dell’Udc, partito che poi lo ha sospeso. Nel giugno scorso, la Dia aveva provveduto al sequestro dei beni agli eredi di Nino Princi

REGGIO CALABRIA, LA DIA REGGINA HA SEQUESTRATO BENI MOBILI ED IMMOBILI PER UN VALORE APPROSSIMATIVO DI CIRCA CINQUANTA MILIONI DI EURI RICONDUCIBILI AL POLITICO PASQUALE INZITARI, GENERO DEL PRESUNTO CAPOBASTONE DELLA ‘NDRANGHETA DOMENICO RUGOLO, BOSS DI OPPIDO-CASTELLACE

Porto degli UliviInzitari, secondo l’accusa, è stato la mente imprenditoriale della costruzione del centro commerciale “Porto degli Ulivi” di Rizziconi.
Nell’epoca in cui ha ricoperto l’incarico di vice sindaco ed assessore nel comune della sterminata Piana di Gioia Tauro, il civico consesso rizziconese approvò il cambio di destinazione d’uso dei terreni, su cui sarebbe poi sorto il centro e che, secondo gli investigatori, erano già stati acquistati a prezzo agricolo da prestanome della cosca Crea. Inzitari era socio della Devin, che poi vi costruì il centro commerciale Parco degli Ulivi. Resta da vedere se vi siano, in effetti, sufficienti indizi in ordine all’appartenenza di Pasquale Inzitari all’associazione di tipo mafioso denominata cosca Mammoliti Rugolo

Reggio Calabria. In questa storia, senza avere l’ambizione o la pretesa di addentrarsi né avventurarsi in analisi squisitamente sociologiche ed antropologiche, c’è  un intreccio classico in Calabria (ma anche in Sicilia, Campania, Puglia e Basilicata) fra imprenditoria, mafia e politica. Cominciamo ad esaminare uno dei tre pilastri, su cui, al di là dell’organizzazione criminale, si basa l’inghippo, connivente, complice ed inter-scambiabile: la mafia, un’organizzazione criminale con fini di lucro, tipica del Sud Italia; che a partire dagli anni settanta, si è messa in testa di compiere il salto di qualità “storico” e quindi di cominciare a scavalcare i padroni di un tempo; cioè la politica e l’imprenditoria.

L’humus ideale, l’habitat è  fondato su alcuni retaggi e vincoli del profondo feudalesimo, da queste parti, mai “veramente” tramontato, che produce sacche di sottosviluppo, analfabetismo strumentale e di ritorno, l’emigrazione dilagante e ciclica. Eppure l’abolizione del feudalesimo era stata enfatizzata dai vari governi, tipo, nel 1789, la Repubblica Partenopea… Art. 1. – Gli uomini nascono e vivono liberi e uguali nei diritti. Le distinzioni sociali non possono essere fondate che sull’utilità comune.Art. 2. – Il fine di ogni associazione politica è la conservazione dei diritti naturali e imprescrittibili dell’uomo. Questi diritti sono: la libertà, la proprietà, la sicurezza e la resistenza all’oppressione.Art. 3. – Il principio di ogni sovranità risiede essenzialmente nella Nazione. -Nessun corpo, nessun individuo può esercitare un’autorità che non emani espressamente da essa. Nel 1812 anche il Parlamento Siciliano. Dìvide et ìmpera. Ovvero di sostituirsi a loro. Ed anzi, possibilmente: sottometterli, soggiogarli, subordinarli, schiavizzarli, spiaccicarli, demolirli ed annichilirli. Ossia camuffarsi abilmente. Cioè a dire sempre, lupus; ma con la pelle di agnus. Sarebbe a dire che…lupus perdit pilum, sed numquam vitium.

 

 

DIA di Reggio Calabria- Il Procuratore Giuseppe Pignatone e il Colonnello Falbo (Foto di Archivio)

DIA di Reggio Calabria- Il Procuratore Giuseppe Pignatone e il Colonnello Falbo (Foto di Archivio)

Un passaggio molto importante per capire meglio l’evoluzione del fenomeno mafioso è lo scambio di consegne fra vecchi e nuovi proprietari terrieri o latifondisti. Addio conti, marchesi, baroni, duchi, vassalli, valvassori, valvassini, possedimenti della Chiesa o clero. Ecco l’alienazione delle terre. Arrivano nuovi padroni o latifondisti. Ferma restando la filosofia dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo. In Sicilia, comunque punto fondamentale per capire il fenomeno della mafia, i gabelloti avevano preso il posto della vecchia aristocrazia. C’è il caso del  contadino-povero che si converte e si ricicla ora come  brigante al soldo del nuovo padrone, il gabelloto, che fa  finta di combatterlo, in realtà si serve di lui per i suoi scopi; ora come affittuario-gabelloto esso stesso. Il contadino-povero diventa, dunque, a sua volta gabelloto; e più tardi mafioso per necessità; quando si affilia alle organizzazioni o bande di mafiosi, che vogliono controllare il mercato del gabelloto; e quando, acquistate le terre degli ex feudatari e dei beni ecclesiastici, diventa a sua volta latifondista e si face  riconoscere il titolo nientemeno di barone dai Borboni prima e dai Piemontesi poi; addirittura imprenditore e politico. Se il serpente si morde la coda. Il povero diventa ricco o latifondista o proprietario terriero e diventa anche politico. Inizialmente ai poveri ignoranti ed analfabeti, non era consentito l’accesso alla carriera politica. Con l’eccezione che conferma la regola. Ed ecco l ‘accordo fra politici e mafiosi in sede locale.Gli aristocratici, che comunque avevano in mano la politica si trasferirono in città ed affittarono a pagamento, le terre ai gabelloti. I politici si assicuravano il consenso elettorale delle popolazioni. Gli esattori delle tasse o gabelloti-affittuari   ottenevano in cambio, la gestione della riscossione dei tributi e con essa la possibilità di incidere sulle finanze dei comuni e sulle forze di polizia condizionandone l’attività investigativa, il ricorso alle cosche per sconfiggere il Brigantaggio, consentono la penetrazione della mafia nelle istituzioni legali, contribuendo a legittimare ulteriormente il potere mafioso

 

 

 Premesso che occorra soffermarsi solo per un attimo sui poveri; sulla categoria annessa e connessa con la metamorfosi-evoluzionismo delle anzidette categorie.  Anche la categoria dei poveri ha avuto  una sua evoluzione, sino a trasformarsi. A parte ‘u poviru rinisciutu”. Insomma i poveri ci sono sempre stati e sempre ci saranno. Già cinquemila anni fa il codice di Hammurabi, il re assiro-babilonese, quello della faida , occhio per occhio, dente per dente, aveva previsto che… se un ricco, toglie un occhio od un dente al povero, non gli toglieranno il suo, ma pagherà una moneta d’argento. Se un ricco toglierà un occhio od un dente ad un altro ricco, gli toglieranno il suo. Dov’eravamo rimasti? Ahn! Al latus, anzi al latifondista preistorico, protostorico  e storico. Al riccone o proprietario terriero ed anche possidente, che la classe del proletariato chiamava spregiativamente “il padrone”. Antico, medievale, moderno e post-moderno, che invece ha avuto la sua evoluzione. Il dominus, cioè l’imperatore, non poteva gestire da solo, i vasti, immensi fondi, contadi, territori, terre, da cui trarre sostentamento e ricchezze sulla pelle del proprio simile-prossimo. Così cominciò (per lui lo fecero i suoi feudatari) a reperire mano d’opera a basso costo-mercato, se non a costo zero. Dapprima coi prigionieri di guerra diventati schiavi. Ma poi anche, mediante la tratta degli schiavi o dei negri. Boat-people o per usare un termine moderno”clandestini” col miraggio dell’Eldorado, che sbarcano in posti strategici. Se non muoiono durante la traversata che gli costa un occhio della testa. In realtà caricati con gli scafisti su carrette del mare, vecchi catorci, trabiccoli e bagnarole, che a malapena si reggono sulle onde tempestose. Spesso banchetto per i pescecani (coi morti di stenti, freddo, malattie; comprese donne incinte, neo-nati, bambini e vecchi, sovente debordati direttamente nel…cimitero del mare, come riferiscono le cronache mass-mediali di questi giorni) Possibilmente impiegando eserciti di schiavi e sfruttando i servi della gleba, poi contadini e proletari. Homo homini lupus. Per ammortizzare le spese (quasi zero) e glissare sulle tasse. L’altro classico:evasore fiscale totale.  Pagava, e paga, tutto ciò che utilizzava. Anche l’aria da respirare. Nonostante che…pauper et dives in agro vicini erant et hortuli eorum finitimi erant

Ora occupiamoci del secondo aspetto. Della seconda categoria o classe imprenditoriale. Dapprima imprenditori erano i ricchi. In Sicilia per esempio li aristocratici, delegarono a questa funzione, di amministrare il latifondo ai gabelloti, che governavano i fondi con l’aiuto di piccole bande di mafiosi, divenute sempre più grosse sino a controllare il mercato dei gabelloti. Abbiamo già detto che il gabelloto sia un contadino divenuto, uomo di fiducia dell’aristocratico e quindi affittuario-gabelloto. Parallelamente ci sono anche le bande mafiose fatte di contadini spregiudicati. Il Procuratore Generale del Re Pietro Calà Ulloa (1802-1879) nel rapporto al ministro di Grazia e Giustizia del 1838, li definì: “piccoli Governi nel Governo”.

Un altro procuratore capo della repubblica,  Giuseppe Pignatone, in merito agli arresti che hanno portato in manette, tra gli altri, Pasquale Inzitari affermava: “Mi ha particolarmente colpito lo squallore dell’intera vicenda, nella quale, comunque, sono interessate le cosche di Rizziconi (Teodoro Crea) e Castellace-Oppido (Mammoliti-Rugolo)”. Collegata ai Piromalli-Molè di Gioia Tauro, agli Alvaro di Sinopoli, ai Gioffrè-Santaiti-Brindisi-Caia di Seminara, ai Rugolo-Mammoliti di Castellane, ai Pesce-Bellocco-Ascone di Rosarno. Stereotipo di un sistema mafioso, che in Calabria produce effetti mortali su interi territori, condizionandone le scelte politico-amministrative, pianificando attentati, mediante la forza intimidatrice per imporre estorsioni a tappeto, accaparrandosi appalti e risorse pubbliche e private.Guarda caso, in ballo ci sono somme ingenti per le quali è stato accertato anche l’interessamento di uomini politici.

Lo scenario presentato dal dott. Francesco Falbo, Capo della DIA è il seguente: “De Marte, Vasta, Inzitari e Devin SpA subiscono estorsioni per i lavori relativi alla costruzione del centro commerciale di Rizziconi da parte della cosca Crea. Per questo motivo chiamano in soccorso i Rugolo il cui avvento è favorito anche dall’arresto di Teodoro Crea. I rapporti tra le due cosche, Crea e Rugolo, già altalenanti, si incrinano definitivamente per questo tipo di ragioni economiche. Il coinvolgimento della Devin è calcolabile nella misura di circa 11 milioni e 600.000 euro, ed il 16% di questa cifra è riconducibile direttamente a Princi e, quindi, ai Rugolo. La Devin è di proprietà della Credit Suisse che è all’oscuro di tutto“. A pochi chilometri da Gioia Tauro c’è il comune di Rizziconi, confinante.

Pasquale-InzitariQuì s’innesta la storia del personaggio in questione, Pasquale Inzitari, contadino, imprenditore e politico. Consigliere comunale ed assessore a Rizziconi, Consigliere provinciale. Primo dei non eletti al Senato.Indagato per concorso esterno in associazione mafiosa. L’inquisito si era dichiarato innocente. Secondo quanto emerge dalle carte processuali, la cosca Crea da decenni è padrona indiscussa del territorio, del mercato, della libertà dei cittadini costretti a piegarsi alla volontà di capi spietati.  Così sarebbe stato per Pasquale Inzitari, Rosario Vasta, Ferdinando De Marte, titolari della ditta Devin spa che dopo avere per anni pagato pizzi e concesso favori erano stati chiamati a pagare un ulteriore ennesimo milione di euri La loro storia è raccontata nell’ordinanza di custodia cautelare firmata nel luglio 2008. dal gip di Reggio Calabria Kate Tassone su richiesta dei magistrati della Dda reggina Salvatore Boemi, Francesco Scuderi, Roberto Di Palma e Marco Colamonici.

Quattordici presunti affiliati  al clan dei Crea sono stati arrestati; mentre per altri 4 il provvedimento restrittivo è stato notificato in carcere. Pasquale Inzitari rivestiva la carica di vicesindaco di Rizziconi nella giunta capeggiata da Giovanni Calogero.quando, nel  marzo del 2001, vennero approvate le due famigerate delibere che avevano permesso di mutare la destinazione di uso dei terreni appartenenti ai Crea da agricoli a industriali.  Appena in tempo perché il consiglio comunale venne sciolto per infiltrazione mafiosa. Insieme ai soci  aveva acquistato tramite la loro società, la Devin spa, proprio i terreni della cosca per costruire il centro commerciale “Porto degli Ulivi”.  Lavoro investigativo supportato dalle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Girolamo Biagio Bruzzese, Paolo Iannò, Saverio Mammoliti, Elio Ascone.   La Squadra Mobile era prontamente intervenuta per arrestare il Crea in flagranza di reato ed emettere mandato di custodia cautelare per il padre Teodoro e il fratello Giuseppe. Il procuratore della Repubblica di Reggio Calabria, facente funzioni Franco ScuderiDichiarò a botta calda:” E’ incredibile  che a distanza di 30 anni personaggi come Teodoro Crea dettino ancora legge nel loro territorio. O si cambia registro, evitando abbattimenti di pena tra il primo grado di giudizio e quelli successivi, oppure lo Stato potrà vincere qualche battaglia, ma perderà certo la guerra” . Il procuratore aggiunto della Dda reggina Salvatore Boemi e i sostituti Antonio De Bernardo, Sara Ombra, Perrone Capano, Francesco Mollace,   scoprivano che su ventotto comuni, a cui il Demanio di Reggio Calabria ha consegnato 307 beni immobili sequestrati, solo tre avevano ottemperato agli obblighi di legge, Non c’era quello di Rizziconi. Veniva considerato un’offesa ai mammasantissima della ‘ndrangheta. La ‘ndrangheta era tornata alle autobombe nel Reggino.Una deflagrazione provocata da mani esperte con un congegno a distanza. Bersaglio era stato Antonino Princi, 45 anni, titolare di una catena di esercizi commerciali che interessano diverse zone della Calabria, 48% per cento del pacchetto azionario, del Catanzaro calcio degli anni della serie B della formazione giallorosa.

Antonino Princi

Antonino Princi

Quella mattina, si apprestava a salire sulla sua Mercedes, quando, mentre apriva la portiera dell’autovettura, “saltava” in aria con tutta la macchina. L’imprenditore  era imparentato, per via della moglie, con una famiglia di Castellace di Oppido Mamertina, sempre in provincia di Reggio, ritenuta vicina alla cosca Mammoliti-Rugolo. Le indagini furono condotte dalla polizia di Stato del commissariato della P.S. di Gioia Tauro, diretto in quel tempo, dal vicequestore Giuseppe Cannizzaro, e coordinate dal  procuratore aggiunto della Repubblica del tribunale di Palmi, Bruno Giordano procura, Ora procuratore Capo della Repubblica di Palmi. Per la potente deflagrazione  il Princi era rimasto mutilato degli arti superiori ed inferiori ed aveva lottato tra la vita a la morte in uno dei reparti degli Ospedali Riuniti di Reggio Calabria, dove si è spento. Domenico Salvatore

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