Noberto Bobbio diceva lo Stato laico essere fatto di individui che hanno primariamente, in quanto persone, prima dei diritti e poi dei doveri. E citava il diritto ad esistere, poi Il diritto alla libertà, ed infine il diritto di avere eguali possibilità. Tanto è cambiato in pochi anni, in peggio. A Locri, lo sanno bene quelle sedici donne, mogli dei Cordì e dei Cataldo, o sorelle, o figlie o conviventi di altri noti criminali, “tutte colluse” e perciò capaci d’infettare. Per volere dello stato licenziate dalla Coopservice, in cui lavoravano, a lavare per terra l’ospedale e i poliambulatori, assunte quali, mogli, figlie, sorelle di ex detenuti.

Della giustizia e degli uomini che la rappresentano vorrei, per una maggiore esplicazione del mio sentire, rendere una personale testimonianza, con due distinti ricordi di uomini ed episodi. Uno coinvolge il maresciallo maggiore Pitasi, l’altro il capitano sessa, l’allora capitano sessa (il minuscolo è voluto). Il maresciallo maggiore Pitasi, da carabiniere qual’era, conosceva il mio essere figlio di mafioso, o comunque presunto tale, anche se papà per la verità mai fu condannato da nessun tribunale per questo suo supposto ruolo. Sapeva dunque, eppure mai mi negò casa sua, che io frequentavo perché amico e compagno di scuola di Bruno, suo unico figlio maschio. Lo ricordo severo nello sguardo, uno sguardo che diceva stai attento a non sgarrare, e distinto nel portamento e nel vestire. Una perfetta sobrietà, da manuale, come usavano i servitori dello Stato d’un tempo. Forse non mi fece mai un sorriso, ma di sicuro mai si oppose all’amicizia e alla frequentazione che avevo con Bruno. Memorabili in me rimangono le interminabili partite a ping pong sul balcone-terrazzo di casa sua.
Il capitano sessa, anche lui carabiniere, anche lui austero e grigio, entrò un giorno a casa mia volgare e cattivo, sicuro che quella casa fosse casa di malavita, in cui anche noi bambini eravamo dei potenziali criminali. Se ne andò via che tutti noi bambini c’eravamo pisciati addosso per la paura.
La legge e lo Stato così diversi in due diverse figure di suoi servitori.
L’antimafia cieca, di maniera e di professione, rischia di fare più danni allo Stato e ai suoi cittadini della stessa mafia. I mafiosi sono colpevoli, prima ancora che dei delitti commessi, per i quali devono essere giudicati da un tribunale, di precipitare il proprio sangue nel baratro del nulla, di sostenere, con le loro azioni e il loro credo, un sistema di potere perverso che è destinato, nel breve tempo, a schiacciare le mogli, i figli, le madri, le sorelle, i fratelli, persino i frequentatori occasionali. La vera stupidità è che loro credono seriamente di poter dominare, essere i padroni, questi infami percorsi. I mafiosi non si dissociano, non si pentono, ma muoiono, e con loro, le mogli, i figli, le sorelle, le madri. Ma questa è la storia di un altro scritto, la storia del mio libro.
Diceva Sciascia, in una sua interrogazione parlamentare, che l’esercizio della repressione cieca dello Stato, non crea buoni cittadini, ma buoni criminali, buoni terroristi.
Nell’attesa che qualcosa cambi, o che tutto precipiti, io non posso stare fermo ad osservare il consumarsi di un’altra vessazione, di un’altra ingiustizia, che cresce e si esaurisce nel teatrino della nostra ipocrita società. Io, che di quella ipocrisia conosco ogni angolo recondito, che conosco l’odore di quella paura e che conosco il peso del sentirsi appestato e rifiutato, provo vergogna come uomo ad osservare immobile questa “porcata” istituzionale.
Ecco, per questo ho il desiderio che il poco che renderà il libro scritto da me, “Figli di Boss”, sia devoluto a queste famiglie aggredite e affrante, affinché un raggio di luce raggiunga e provi a riscaldare il cuore di quei bambini, fosse anche uno solo, ancora non criminali nei fatti, ma tali considerati dalla “giustizia della clava”, dalla “società della clava”.
Vincenzo Carrozza








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Vorrei sapere dal signor Carrozza a cosa si riferisce quando parla di “porcata istituzionale”., verso la quale non se la sente di rimanere immobile. Grazie